
Entropia e rendimento dei motori termici
Dall’entropia alle macchine termiche
A questo punto emerge una domanda fondamentale. Se la seconda legge della termodinamica impone che
l’entropia totale di un sistema chiuso non possa diminuire, quali conseguenze ha questo principio
sulle macchine costruite dall’uomo?
La risposta è sorprendente: la seconda legge stabilisce un limite invalicabile all’efficienza di
qualsiasi motore. Non importa quanto avanzata sia la tecnologia utilizzata, non esisterà mai una
macchina capace di trasformare integralmente il calore assorbito in lavoro utile.
Per comprendere il motivo, dobbiamo introdurre il concetto di macchina termica.
Una macchina termica è un dispositivo che utilizza il trasferimento di energia termica per produrre
lavoro meccanico. Automobili, locomotive, centrali termoelettriche, turbine a gas e perfino i primi
motori a vapore funzionano tutti secondo questo principio generale.
Sorgente calda
Fornisce energia alla macchina sotto forma di calore.
Macchina termica
Trasforma una parte del calore assorbito in lavoro utile.
Sorgente fredda
Riceve il calore che non può essere convertito in lavoro.
La conservazione dell’energia impone che il calore assorbito dalla sorgente calda sia uguale alla
somma del lavoro prodotto e del calore ceduto alla sorgente fredda:
dove:
- QH è il calore assorbito dalla sorgente calda;
- L è il lavoro prodotto dalla macchina;
- QC è il calore ceduto alla sorgente fredda.
A prima vista si potrebbe pensare che sia possibile trasformare tutto il calore assorbito in lavoro
utile, ottenendo \(Q_C = 0\). In tal caso il rendimento della macchina sarebbe del 100%.
Tuttavia la seconda legge della termodinamica dimostra che ciò è impossibile.
Perché non tutto il calore diventa lavoro?
Se una macchina trasformasse integralmente il calore in lavoro senza cederne una parte
all’ambiente, l’entropia totale del sistema diminuirebbe. Questo violerebbe il principio secondo
cui, in un sistema chiuso, l’entropia non può mai diminuire.
Per questo motivo ogni motore reale, senza eccezioni, deve necessariamente scaricare una parte
dell’energia ricevuta verso una sorgente più fredda.
È proprio questa limitazione fondamentale a condurre alla più importante macchina ideale della
termodinamica: la macchina di Carnot, il modello teorico che stabilisce il massimo
rendimento ottenibile da qualsiasi motore.
Verso la macchina di Carnot
Il passo successivo sarà capire quale sia il motore ideale più efficiente possibile e perché
nessuna macchina reale possa superarne il rendimento.
La macchina di Carnot
Nel 1824 Sadi Carnot si pose una domanda destinata a cambiare per sempre la fisica:
Esiste un limite massimo all’efficienza di una macchina termica?
Carnot comprese che il problema non riguardava soltanto la qualità dei motori reali, ma le leggi fondamentali della natura.
Per rispondere a questa domanda, Carnot immaginò una macchina ideale,
priva di attriti e di qualsiasi perdita energetica, capace di funzionare
nel modo più efficiente possibile.
Questa macchina non è mai stata costruita realmente, ma rappresenta ancora
oggi il modello teorico di riferimento per tutti i motori termici.
Nessuna macchina reale può superarne il rendimento.

Il ciclo di Carnot
Per comprendere come la macchina di Carnot riesca a raggiungere il massimo
rendimento teoricamente possibile, dobbiamo analizzare nel dettaglio il suo
ciclo di funzionamento. Questo ciclo è costituito da quattro trasformazioni
completamente reversibili che riportano il sistema allo stato iniziale dopo
aver prodotto lavoro.
Il fluido di lavoro (generalmente un gas ideale) viene fatto evolvere attraverso
una successione di espansioni e compressioni. Al termine del ciclo il sistema
ritorna esattamente nelle condizioni iniziali, ma nel frattempo ha trasformato
una parte del calore assorbito in lavoro meccanico.
La genialità di Carnot consiste nell’aver dimostrato che nessun motore operante
tra due temperature fissate può essere più efficiente di una macchina che
esegua esclusivamente trasformazioni reversibili.
Il ciclo di Carnot è composto da quattro fasi fondamentali:
① Espansione isoterma
Il gas assorbe calore dalla sorgente calda mantenendo costante la temperatura. Durante l’espansione compie lavoro sul pistone.
② Espansione adiabatica
Il gas continua ad espandersi senza scambiare calore con l’esterno. L’energia necessaria al lavoro proviene dalla sua energia interna.
③ Compressione isoterma
Il gas viene compresso a temperatura costante cedendo calore alla sorgente fredda.
④ Compressione adiabatica
Il gas viene ulteriormente compresso senza scambi di calore, ritornando alle condizioni iniziali.
Poiché il sistema ritorna esattamente allo stato iniziale, tutte le variabili
termodinamiche assumono nuovamente i valori di partenza. Tuttavia, durante il
ciclo è stato prodotto lavoro netto grazie alla differenza tra il calore
assorbito dalla sorgente calda e quello ceduto alla sorgente fredda.
Il modo migliore per visualizzare queste quattro trasformazioni è rappresentarle
sul diagramma pressione-volume, uno degli strumenti più importanti della
termodinamica.

Il ciclo di Carnot nel piano P-V
Il diagramma pressione-volume (P-V) permette di visualizzare in modo immediato
l’intero ciclo di Carnot. Ogni punto del grafico rappresenta uno stato
termodinamico del gas, caratterizzato da una determinata pressione e da un
determinato volume.
Il ciclo si sviluppa attraverso quattro trasformazioni reversibili che formano
un percorso chiuso. Al termine del ciclo il sistema ritorna nello stato iniziale,
ma nel frattempo ha prodotto lavoro meccanico.
① Espansione isoterma (1 → 2)
Il gas è posto a contatto con la sorgente calda alla temperatura
TH.
Durante l’espansione assorbe una quantità di calore
QH mantenendo costante la temperatura.
L’energia ricevuta viene convertita in lavoro e il volume aumenta.
② Espansione adiabatica (2 → 3)
Il gas continua ad espandersi senza scambiare calore con l’esterno.
Poiché compie lavoro utilizzando la propria energia interna,
la temperatura diminuisce gradualmente da
TH a
TC.
③ Compressione isoterma (3 → 4)
Il gas viene posto a contatto con la sorgente fredda.
Durante la compressione mantiene costante la temperatura
TC e cede una quantità di calore
QC.
④ Compressione adiabatica (4 → 1)
Il gas viene ulteriormente compresso senza scambi di calore.
La temperatura aumenta progressivamente fino a ritornare al valore iniziale
TH, chiudendo il ciclo.
💡 Il significato dell’area racchiusa dal ciclo
Nel diagramma P-V l’area racchiusa dalla curva rappresenta il
lavoro netto prodotto dal motore durante un ciclo completo.
Più grande è quest’area, maggiore è il lavoro ottenuto dalla macchina termica.
Il diagramma P-V mostra chiaramente come il motore trasformi parte del calore
assorbito in lavoro. Tuttavia esiste un secondo modo, ancora più elegante,
per rappresentare il ciclo di Carnot: il diagramma temperatura-entropia
(T-S), che mette direttamente in evidenza il ruolo della seconda legge
della termodinamica.
Il ciclo di Carnot nel piano T-S
Sebbene il diagramma pressione-volume permetta di comprendere il funzionamento
meccanico del ciclo di Carnot, esso non mostra direttamente il ruolo
dell’entropia. Per questo motivo i fisici utilizzano spesso una seconda
rappresentazione: il diagramma temperatura-entropia (T-S).
In questo diagramma l’asse verticale rappresenta la temperatura assoluta
del sistema, mentre l’asse orizzontale rappresenta l’entropia.
Il ciclo di Carnot assume una forma particolarmente semplice e mette in
evidenza il legame tra calore, temperatura ed entropia.
Le due trasformazioni isotermiche diventano segmenti orizzontali,
poiché la temperatura rimane costante, mentre le due trasformazioni
adiabatiche reversibili diventano segmenti verticali, poiché l’entropia
rimane costante.

Nel piano T-S il ciclo assume la forma di un rettangolo.
Il tratto superiore rappresenta l’assorbimento del calore
dalla sorgente calda alla temperatura TH,
mentre il tratto inferiore rappresenta la cessione del calore
alla sorgente fredda alla temperatura TC.
Le due trasformazioni verticali sono adiabatiche reversibili:
durante esse non avviene alcuno scambio di calore e
l’entropia rimane costante.
💡 Il significato geometrico dell’area nel piano T-S
Nel diagramma temperatura-entropia l’area racchiusa dal ciclo
rappresenta il lavoro netto prodotto dalla macchina durante un ciclo completo.
Inoltre le aree associate alle trasformazioni isotermiche consentono
di visualizzare direttamente il calore assorbito e il calore ceduto.
Il diagramma T-S mette in evidenza una caratteristica straordinaria
del ciclo di Carnot: il rendimento massimo ottenibile da una macchina
termica dipende esclusivamente dalle temperature delle due sorgenti
e non dal tipo di fluido utilizzato o dai dettagli costruttivi della macchina.
Possiamo ora calcolare quale sia questo rendimento massimo teorico.
Simulatore Interattivo del Ciclo di Carnot
Modifica le temperature delle sorgenti calda e fredda,
osserva il ciclo nel piano T-S e scopri come varia
il rendimento massimo teorico della macchina di Carnot.
Il rendimento del ciclo di Carnot
Dopo aver analizzato il ciclo di Carnot nel piano P-V e nel piano T-S,
possiamo finalmente rispondere alla domanda che aveva guidato le ricerche
di Sadi Carnot: qual è il massimo rendimento teoricamente ottenibile da
una macchina termica?
Il rendimento di una macchina termica è definito come il rapporto tra
il lavoro utile prodotto e il calore assorbito dalla sorgente calda.
dove:
- L è il lavoro utile prodotto dal motore;
- QH è il calore assorbito dalla sorgente calda.
Poiché una parte del calore deve necessariamente essere ceduta alla sorgente
fredda, il rendimento di una macchina termica è sempre inferiore al 100%.
Nel caso ideale del ciclo di Carnot, tutte le trasformazioni sono reversibili.
La seconda legge della termodinamica permette allora di dimostrare che il
rendimento massimo ottenibile dipende esclusivamente dalle temperature delle
due sorgenti termiche.
Il rendimento del ciclo di Carnot
\(\eta = 1-\frac{T_C}{T_H}\)Massimo rendimento teoricamente ottenibile tra due sorgenti termiche.
In questa espressione:
- TH è la temperatura assoluta della sorgente calda;
- TC è la temperatura assoluta della sorgente fredda.
Le temperature devono essere espresse in kelvin e non in gradi Celsius.
La formula mostra un risultato straordinario:
il rendimento massimo non dipende dal tipo di motore,
dal combustibile utilizzato o dalla tecnologia impiegata,
ma esclusivamente dalle temperature delle due sorgenti.
💡 Lo sapevi?
Due motori completamente diversi che operano tra le stesse temperature
avranno lo stesso rendimento massimo teorico. Nessuno dei due potrà
superare il limite imposto dal ciclo di Carnot.
📊 Esempio di calcolo
- TH = 600 K
- TC = 300 K
\(\eta = 1-\frac{300}{600}=0,50\)
η = 50%
Anche in condizioni ideali metà dell’energia assorbita deve essere ceduta alla sorgente fredda. Questo esempio mostra come la seconda legge della termodinamica imponga un limite fondamentale a qualsiasi macchina termica.
Alla ricerca del motore perfetto
La formula del rendimento del ciclo di Carnot conduce immediatamente a una domanda affascinante:
è possibile costruire una macchina termica con rendimento del 100%?
In altre parole, esiste un motore capace di trasformare integralmente il calore assorbito in lavoro utile senza cedere alcuna energia a una sorgente fredda?
La risposta può essere ottenuta direttamente dalla formula del rendimento del ciclo di Carnot:
\(\eta = 1-\frac{T_C}{T_H}\)
Per ottenere un rendimento del 100% dovremmo avere:
\(\eta = 1\)
Sostituendo questo valore nella formula precedente si ottiene:
\(1 = 1-\frac{T_C}{T_H}\)
\(\frac{T_C}{T_H}=0\)
\(T_C = 0\,K\)
La sorgente fredda dovrebbe quindi trovarsi alla temperatura dello
zero assoluto, pari a:
\(0\,K = -273,15^\circ C\)
Lo zero assoluto rappresenta il limite inferiore teorico della temperatura.
In queste condizioni l’agitazione termica delle particelle raggiungerebbe il valore minimo consentito dalle leggi della fisica.
Tuttavia nessun processo fisico conosciuto è in grado di raggiungere esattamente lo zero assoluto. È possibile avvicinarsi enormemente a tale limite, ma non raggiungerlo mai.
⚙️ Il vero limite non è tecnologico
Nessun ingegnere potrà mai costruire un motore con rendimento del 100%.
Il motivo non è legato ai materiali, alla progettazione o alla tecnologia disponibile:
è la seconda legge della termodinamica a impedirlo.
La natura richiede sempre che una parte dell’energia venga ceduta a una sorgente più fredda.
La macchina di Carnot rappresenta quindi un limite ideale irraggiungibile ma fondamentale. Tutte le macchine reali possono soltanto cercare di avvicinarsi al suo rendimento senza mai superarlo.
Ma esistono altri cicli termodinamici reversibili? E come si confrontano con il ciclo di Carnot?
Altri motori termici reversibili
Il ciclo di Carnot occupa una posizione speciale nella termodinamica perché
rappresenta il massimo rendimento teoricamente ottenibile tra due sorgenti
termiche. Tuttavia non è l’unico ciclo reversibile che può essere concepito.
Nel corso dello sviluppo della termodinamica sono stati studiati numerosi cicli
capaci di convertire calore in lavoro. Alcuni sono utilizzati direttamente nei
motori e nelle turbine moderne, mentre altri costituiscono modelli teorici
utili per comprendere il funzionamento delle macchine termiche.
Ciò che accomuna tutti i cicli reversibili è il rispetto della seconda legge
della termodinamica: nessuno di essi può superare il rendimento del ciclo di
Carnot quando opera tra le stesse temperature.
💡 Un principio universale
Qualunque sia il ciclo utilizzato, nessuna macchina termica può superare il
limite imposto dal ciclo di Carnot. Per questo motivo il rendimento di Carnot
costituisce ancora oggi il punto di riferimento fondamentale per valutare
l’efficienza di qualsiasi motore o impianto energetico.
Finora abbiamo considerato macchine che trasformano calore in lavoro.
Esiste però una categoria di dispositivi che opera in modo opposto:
anziché produrre lavoro utilizzando il calore, consumano lavoro per
trasferire calore da una sorgente fredda a una più calda.
Questi dispositivi sono i frigoriferi e le pompe di calore, protagonisti
del prossimo capitolo.
Entropia e rendimento dei frigoriferi
Finora abbiamo studiato macchine termiche capaci di trasformare una parte del
calore assorbito in lavoro meccanico. I frigoriferi, le pompe di calore e gli
impianti di climatizzazione operano invece secondo il principio opposto:
consumano lavoro per trasferire energia termica da una sorgente fredda a una
sorgente più calda.
A prima vista questo comportamento potrebbe sembrare contrario al buon senso.
In natura il calore fluisce spontaneamente dai corpi più caldi a quelli più
freddi. Un frigorifero riesce invece a forzare il trasferimento nella
direzione opposta grazie all’energia fornita dal compressore elettrico.
Dal punto di vista della seconda legge della termodinamica non vi è alcuna
violazione: il trasferimento di calore da freddo a caldo è possibile solo
quando viene fornito lavoro dall’esterno.
Schema energetico di un frigorifero

Anche nel frigorifero vale il principio di conservazione dell’energia.
Il calore ceduto all’ambiente esterno è uguale alla somma del calore sottratto
alla sorgente fredda e del lavoro fornito dal compressore:
L’energia elettrica consumata dal frigorifero non serve quindi a produrre
freddo, ma a trasferire calore dall’interno del frigorifero verso l’ambiente
circostante.
Il coefficiente di prestazione (COP)
Per una macchina termica si utilizza il rendimento. Per un frigorifero,
invece, si utilizza una grandezza chiamata
coefficiente di prestazione (COP).
Esso misura quanto calore può essere sottratto alla sorgente fredda per ogni
unità di lavoro fornita.
💡 Una differenza importante
Mentre il rendimento di una macchina termica è sempre inferiore a 1
(ovvero inferiore al 100%), il coefficiente di prestazione di un frigorifero
può assumere valori maggiori di 1. Questo non viola alcuna legge fisica:
il frigorifero non produce energia, ma trasferisce calore utilizzando lavoro.
Come per le macchine termiche, anche per i frigoriferi esiste un limite
teorico massimo imposto dalla seconda legge della termodinamica.
Possiamo quindi porci una nuova domanda: qual è il frigorifero più efficiente
che sia possibile immaginare?
Alla ricerca del frigorifero perfetto
Come nessun motore può raggiungere il rendimento del 100%, anche nessun
frigorifero reale può operare con efficienza illimitata. La seconda legge
della termodinamica impone infatti un limite teorico massimo alle prestazioni
di qualsiasi macchina frigorifera.
Per individuare questo limite, i fisici utilizzano ancora una volta il ciclo
di Carnot. Immaginiamo infatti un frigorifero ideale che operi in modo
completamente reversibile tra una sorgente fredda alla temperatura
TF e una sorgente calda alla temperatura
TC.
Questo dispositivo ideale prende il nome di frigorifero di Carnot
e rappresenta il modello teorico più efficiente possibile.
COP del frigorifero di Carnot
\(COP_{max}=\frac{T_F}{T_C-T_F}\)In questa formula:
- TF è la temperatura assoluta della sorgente fredda;
- TC è la temperatura assoluta della sorgente calda.
Come nel caso del rendimento di Carnot, le temperature devono essere espresse
in kelvin.
La formula mostra che il frigorifero diventa tanto più efficiente quanto più
piccola è la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno.
📊 Esempio di calcolo
Supponiamo di avere:
- TF = 273 K (0 °C)
- TC = 303 K (30 °C)
\(COP=\frac{273}{303-273}=\frac{273}{30}\approx9,1\)
COP ≈ 9,1
In condizioni ideali il frigorifero potrebbe quindi sottrarre circa
9 joule di calore per ogni joule di lavoro fornito.
❄️ Perché il COP può essere maggiore di 1?
A differenza di un motore termico, il frigorifero non converte energia in
lavoro. Esso utilizza lavoro per trasferire calore da un ambiente a un altro.
Per questo motivo il coefficiente di prestazione può assumere valori molto
maggiori di 1 senza violare alcuna legge della fisica.
Il frigorifero di Carnot rappresenta il limite teorico massimo raggiungibile.
I frigoriferi reali, come tutti i dispositivi fisici, devono invece fare i
conti con attriti, dispersioni termiche, irreversibilità e perdite energetiche.
Per comprendere quanto le macchine reali si discostino dai modelli ideali,
dobbiamo ora confrontare i rendimenti teorici con quelli effettivamente
raggiunti nella pratica.
Rendimenti delle macchine reali
I cicli di Carnot e i frigoriferi di Carnot rappresentano modelli ideali che
consentono di stabilire i limiti imposti dalla seconda legge della termodinamica.
Nella realtà, tuttavia, nessuna macchina può funzionare in modo perfettamente
reversibile.
Ogni dispositivo reale è soggetto a numerose fonti di inefficienza:
attriti meccanici, dispersioni termiche, turbolenze nei fluidi, perdite
elettriche e processi irreversibili che producono entropia.
Per questo motivo i rendimenti effettivi risultano sempre inferiori a quelli
previsti dai modelli ideali.
🔥 Dispersioni termiche
Parte del calore viene inevitabilmente dispersa nell’ambiente.
⚙️ Attriti
I componenti meccanici dissipano energia sotto forma di calore.
🌪️ Turbolenze
I fluidi reali non scorrono mai in modo perfettamente ideale.
📈 Irreversibilità
Ogni processo reale produce entropia e riduce l’efficienza.
Confronto tra alcune macchine reali
💡 Un risultato sorprendente
Anche le centrali elettriche più avanzate del mondo riescono a trasformare
in elettricità solo una parte dell’energia termica disponibile. Una quota
significativa deve inevitabilmente essere ceduta all’ambiente sotto forma
di calore, come previsto dalla seconda legge della termodinamica.
La storia dello sviluppo tecnologico può essere vista come una continua
ricerca di macchine sempre più efficienti. Tuttavia nessun progresso tecnico
potrà mai eliminare completamente le perdite energetiche, perché esse non
dipendono soltanto dalla qualità della progettazione, ma dalle leggi
fondamentali della natura.
La seconda legge della termodinamica stabilisce infatti un limite invalicabile:
ogni trasformazione reale produce entropia e comporta una degradazione parziale
dell’energia disponibile.
A questo punto possiamo riordinare tutte le idee sviluppate finora e
comprendere come le diverse formulazioni della seconda legge della
termodinamica descrivano in realtà uno stesso principio fondamentale.
Riordino delle idee sulla seconda legge
Nel corso di questo capitolo abbiamo incontrato numerose formulazioni della
seconda legge della termodinamica. A prima vista esse possono sembrare
affermazioni indipendenti, nate per descrivere fenomeni differenti:
motori termici, frigoriferi, entropia e trasformazioni energetiche.
In realtà tutte queste formulazioni esprimono uno stesso principio
fondamentale: esistono trasformazioni energetiche che la natura permette
e altre che la natura proibisce.
La seconda legge della termodinamica non riguarda la quantità di energia,
che è governata dal primo principio, ma la qualità dell’energia e la sua
capacità di essere trasformata in lavoro utile.
Le tre formulazioni fondamentali
Clausius
Il calore non può passare spontaneamente da un corpo freddo a un corpo caldo.
Kelvin-Planck
È impossibile realizzare una macchina che trasformi integralmente il calore assorbito in lavoro.
Entropia
In un sistema chiuso l’entropia totale non diminuisce mai.
Queste tre affermazioni sono completamente equivalenti.
Se una di esse fosse falsa, anche le altre lo sarebbero.
Per questo motivo vengono considerate diverse formulazioni
della stessa legge fisica.
Ad esempio, se fosse possibile costruire un motore con rendimento del 100%,
si potrebbe trasferire calore da una sorgente fredda a una sorgente calda
senza spendere lavoro, violando la formulazione di Clausius.
Allo stesso modo, l’entropia totale del sistema diminuirebbe, in contrasto
con la formulazione entropica.
La seconda legge in una sola immagine

Il significato profondo della seconda legge
La seconda legge introduce una caratteristica fondamentale della natura:
la presenza di una direzione privilegiata per l’evoluzione dei fenomeni.
Un bicchiere che cade e si rompe può avvenire spontaneamente.
I frammenti che si ricompongono da soli formando nuovamente il bicchiere
non sono proibiti dal primo principio della termodinamica, ma risultano
estremamente improbabili e incompatibili con l’aumento spontaneo
dell’entropia.
Per questo motivo la seconda legge viene spesso associata alla cosiddetta
freccia del tempo: essa distingue il passato dal futuro
e conferisce una direzione ai processi naturali.
Ma che cos’è realmente l’entropia? È davvero una misura del disordine?
Perché la natura tende spontaneamente verso stati a entropia maggiore?
Per rispondere a queste domande dobbiamo abbandonare per un momento la
termodinamica classica e osservare il comportamento della materia a livello
microscopico.
Approfondimento: l’interpretazione statistica dell’entropia
Finora abbiamo introdotto l’entropia come una grandezza termodinamica legata
agli scambi di calore e alla seconda legge della termodinamica. Questa
descrizione è estremamente utile, ma non spiega perché l’entropia tenda ad
aumentare spontaneamente.
Per comprendere il significato più profondo dell’entropia dobbiamo osservare
la materia a livello microscopico, immaginando il comportamento delle
molecole che costituiscono un sistema fisico.
Alla fine del XIX secolo il fisico austriaco
Ludwig Boltzmann riuscì a collegare la termodinamica
alla teoria atomica della materia, fornendo un’interpretazione statistica
dell’entropia destinata a rivoluzionare la fisica.
Macrostati e microstati
Quando descriviamo un sistema termodinamico utilizziamo generalmente poche
grandezze macroscopiche, come pressione, volume e temperatura.
L’insieme di queste informazioni definisce un macrostato.
Tuttavia ciascun macrostato può essere realizzato da un numero enorme di
configurazioni microscopiche differenti, dette microstati.
Un microstato specifica la posizione e la velocità di ogni singola particella
del sistema.
Due sistemi possono apparire identici dal punto di vista macroscopico pur
corrispondendo a microstati completamente diversi.
🎲 Un esempio semplice
Immaginiamo una scatola divisa in due metà contenente molte molecole di gas.
Se tutte le molecole si trovano casualmente distribuite nell’intero volume,
esistono un numero enorme di modi diversi per realizzare questa situazione.
Se invece tutte le molecole fossero concentrate spontaneamente nella sola metà
sinistra della scatola, le configurazioni possibili sarebbero molto meno numerose.
La formula di Boltzmann
Boltzmann mostrò che l’entropia è direttamente collegata al numero di
microstati compatibili con un determinato macrostato.

Formula di Boltzmann
\(S = k \ln W\)\(k = 1,380649 \times 10^{-23}\;J/K\)
dove:
- S è l’entropia;
- k è la costante di Boltzmann;
- W è il numero di microstati compatibili con il macrostato considerato.
Questa relazione mostra che l’entropia aumenta quando aumenta il numero di
configurazioni microscopiche possibili.
📊 Esempio intuitivo
Se un sistema può essere realizzato in 10 modi diversi e successivamente in 1000 modi diversi,
il numero di microstati aumenta enormemente.
Secondo la formula di Boltzmann aumenta anche l’entropia,
perché il sistema dispone di molte più configurazioni possibili.
In altre parole, i sistemi tendono spontaneamente verso gli stati più
probabili, cioè verso quelli che possono essere realizzati da un numero
maggiore di microstati.
L’aumento dell’entropia non è quindi una legge misteriosa, ma una conseguenza
statistica del comportamento collettivo di miliardi di miliardi di particelle.
Entropia e disordine
Spesso l’entropia viene descritta come una misura del disordine. Questa
interpretazione può essere utile per costruire un’intuizione iniziale, ma non
deve essere presa alla lettera.
Più correttamente, l’entropia misura il numero di configurazioni microscopiche
compatibili con lo stato macroscopico osservato.
Per questo motivo molti fisici preferiscono interpretarla come una misura della
molteplicità statistica piuttosto che del semplice disordine.
Dalla locomotiva di Carnot alle moderne centrali elettriche,
dai frigoriferi domestici fino all’evoluzione dell’Universo,
la seconda legge della termodinamica emerge come uno dei principi più profondi e universali della fisica.
Conclusioni
Dalla macchina di Carnot ai frigoriferi, dall’entropia alla teoria statistica
della materia, la seconda legge della termodinamica rivela una caratteristica
profonda dell’Universo: l’energia si conserva, ma la sua capacità di produrre
lavoro utile diminuisce progressivamente.
Ogni trasformazione naturale lascia una traccia invisibile sotto forma di
entropia. È questa grandezza a stabilire il rendimento massimo delle macchine,
a determinare la direzione spontanea dei processi fisici e a fornire una delle
più profonde connessioni tra il mondo microscopico delle particelle e quello
macroscopico della nostra esperienza quotidiana.
Comprendere l’entropia significa comprendere non soltanto il funzionamento
dei motori e dei frigoriferi, ma anche uno dei principi più universali che
governano l’evoluzione dell’intero Universo.