Emozioni artificiali

Emozioni artificiali

Io – E poi… hanno fatto degli uomini.
Minnie – Mamma mia!
Io – Ne hanno fatto dodici: sei uomini e sei donne.
Minnie – Per carità! Come erano?
Io – Precisi, come voi e come io.
Minnie – Dove sono?
Io – Non si sa. Li hanno cercati inutilmente. Sono in giro, chi sa dove. Erano perfetti. Impossibile distinguerli dagli uomini e dalle donne veri.
Minnie – Ho paura. Non uscirò più di casa. Perché non li trovano? Loro lo diranno, lo debbono dire, loro, che sono finti.
Io – Loro? Ma non lo sanno, naturalmente. Loro credono d’essere veri.
(Massimo Bontempelli, Giovane anima credula, 1925)

Si è accennato alle ricerche che si compiono per dotare i robot di emozioni artificiali e di coscienza, sempre artificiale, rendendoli così sempre più simili a noi. Le emozioni sono per gli umani un tratto costitutivo fondamentale, inseparabile dalle altre nostre caratteristiche: sono strettamente intrecciate alla razionalità computante, ma anche alle funzioni fisiologiche, alla memoria, all’esperienza, sono profondamente innestate nel corpo, inteso sia come insieme di organi sia come depositario della nostra identità, dei nostri ricordi e della nostra storia.

Le emozioni sono tanto pervasive che ogni nostro atto si colora di esse e ogni nostra relazione con noi stessi e con l’“altro” ne è condizionata. Ma che succede quando l’“altro” è inanimato, quando cioè non possiede di suo emozioni da scambiare con le nostre? In questo caso facciamo tutto noi: investiamo l’oggetto di un’intensa  proiezione affettiva e giungiamo al punto di attribuirgli proprietà che non possiede. Dietro lo schermo di un computer immaginiamo un’intelligenza (quasi) umana, dietro la condotta e gli atteggiamenti di un robot immaginiamo sentimenti, giudizio e consapevolezza. Del resto, operiamo una proiezione di questo tipo anche nei confronti dei nostri simili, confortati in quest’operazione dalla comune origine e dalla rassomiglianza.Un esempio di questa proiezione-attribuzione affettiva è offerto dal robot cane Aibo, di cui la Sony ha interrotto la produzione dopo averne costruito, dal 1999 al 2006, oltre 150.000 esemplari. Nel sito a lui dedicato, si legge che Aibo è un compagno gradevole e un intrattenitore nato, possiede l’istinto di girellare, cerca i suoi giocattoli e comunica col padrone, di cui riconosce la voce e il volto. Gli piace la musica e fa commenti sulle proprie sensazioni… Come per tanti altri robot, la “personalità” di Aibo si sviluppa tramite l’interazione con le persone e in base all’esperienza. Insomma è un compagno affettuoso e discreto, che non ha bisogno di cibo, non sporca, non chiede di fare la passeggiatina e che si può disattivare quando non “serve”: quanti vantaggi rispetto a un esigente e rumoroso cucciolo biologico!
Da tempo ormai alla compagnia di un animale domestico si riconosce un notevole potere antidepressivo e ansiolitico, ma uno studio della Purdue University (Indiana, Stati Uniti) ha confermato che anche i robot zoomorfi possiedono, in parte, queste doti. Su 72 bambini tra i sette e i quindici anni intervistati nell’indagine (tutti possessori di un Aibo), 50 hanno dichiarato che i robot sono buoni compagni.

Il cane robot Aibo, di cui
la Sony ha prodotto 150.000
esemplari tra il 1999 e il 2006

 

L’interazione con gli animali migliora il benessere psicologico dei bambini e la loro capacità di socializzare e di apprendere, ma ora il termine “animali” dev’essere forse esteso a comprendere anche Aibo e i suoi colleghi, come Paro, un cucciolo robotico di foca, il celebre pulcino Tamagochisempre bisognoso di cure e di affetto, e altri ancora. I ricercatori sostengono che lo studio dei rapporti tra i bambini e gli zoorobottini mira a comprendere meglio lo sviluppo infantile e nessuno ritiene che i robot sostituiranno mai gli animali, eppure in una società dove i rapporti umani sono sempre più sbrigativi e discontinui l’eventualità di delegare alle macchine una quota della nostra responsabilità comunicativa e affettiva non è poi tanto remota. Con quali conseguenze? È un tema da affrontare.
Un esempio reale di proiezione affettiva è fornito dal film Grizzly Man, di Werner Herzog, che narra la storia (vera) di Timothy Treadwell, un quarantenne disadattato che vive in Alasca a contatto con i temibili grizzly, trasgredendo, in uno slancio di empatia, il confine tra il sé e l’altro. Proiettando sugli orsi il proprio amore ai limiti del morboso, addirittura identificandosi con loro, Timothy s’illude di esserne ricambiato con lo stesso calore. Ma uno dei grizzly, che non gradisce questo travalicamento di confine e questa promiscuità eccessiva, lo sbrana e lo divora. Non voglio insinuare in alcun modo l’idea che il robot possa comportarsi in questo modo, ma non posso neppure escludere che dai robot attuali possano discendere, per evoluzione, creature aliene, così diverse da noi da non riconoscerci più non dico come loro creatori e padroni, ma neppure come entità altre da rispettare.

Un’immagine tratta dal film Grizzly Man, di
Werner Herzog (2005)

Tornando all’attualità dei rapporti uomo-robot, il problema non riguarda solo i bambini: si pensi al numero crescente di vecchi cui le famiglie non vogliono o non possono dedicare tempo e attenzione e che vengono accuditi da robot badanti. La possibilità di sostituire, almeno in parte, i rapporti umani con i rapporti robotici conferma la grande capacità di proiezione affettiva degli uomini, i quali tendono a interpretare azioni e reazioni puramente meccaniche (ma sono proprio tali? cioè: che cosa vuol dire “meccanico”?) come comportamenti intelligenti e coloriti di sentimenti: in fondo viviamo di apparenze.
La cosa è preoccupante, poiché dimostra la capacità della tecnica di insinuarsi subdolamente in noi per strade insospettabili, creando forme di dipendenza e vere e proprie “zone di anestesia” nella nostra diffidenza e nel nostro distacco verso gli artefatti. In questa invasione progressiva alcuni vedono una minaccia, tanto che in Giappone, Paese all’avanguardia nella robotica, si è deciso di non dotare i robot badanti di sembianze troppo umane, per evitare attaccamenti morbosi.

Provare le emozioni
Ma quando si parla di emozioni artificiali, s’intende qualcosa che vada oltre la simulazione dei sentimenti ottenuta per esempio mediante la mimica facciale e sostenuta dalla nostra proiezione. Se oggi si progettano agenti capaci di manifestare emozioni (con l’espressione, con l’atteggiamento e così via), un domani si vorrebbero costruire agenti capaci addirittura di provare (oltre che manifestare) emozioni. È un problema strettamente legato a quello della coscienza e porta a considerazioni dello stesso tipo. Si può dire che un agente artificiale manifesta emozioni quando si comporta in modi che, negli umani, presuppongono emozioni. Che poi si tratti di emozioni simulate, riconoscibili dal comportamento ma non avvertite, oppure di emozioni vere, di tipo psicologico e riflesse nella coscienza, resta un problema aperto e molto arduo.

Il cosiddetto “Turco”, un automa
scacchista costruito nel 1770 dal
barone ungherese Wolfgang von Kempelen.
In realtà, a quanto pare,
la base dell’automa celava un nano
di grande abilità nel gioco.

Il robot amoroso
Un tema molto particolare, affrontato ma non ben risolto nel film AI: Intelligenza Artificiale, riguarda la costruzione di un robot che ci ami: è in un certo senso la situazione inversa rispetto a Grizzly Man, dov’è l’uomo che ama l’orso, cioè l’alieno. Creando un robot che lo ami, il costruttore raggiunge un vertice di egocentrismo: infatti non è previsto (o necessario) che l’uomo ricambi l’amore della creatura.
È facile e insieme rischioso tracciare un parallelo con il rapporto tra Dio e uomo. Come dice il catechismo, Dio ci ha creati per conoscerlo e amarlo. Se poi Dio ci ami è un problema molto più complicato, spesso risolto in modo sbrigativo affermando che l’amore di Dio è testimoniato dal fatto che ci ha messi al mondo, come se vivere fosse in sé un bene, cosa su cui non tutti concordano. Certo, tra gli esseri umani, l’assenza di simmetria nel rapporto d’amore può condurre a situazioni molto dolorose, addirittura tragiche, che alcuni uomini e donne conoscono per esperienza.
Il robot amoroso ci pone di fronte al conflitto tra la consapevolezza di aver di fronte una macchina (non degna d’amore) e il suo comportamento affettuoso che, unito al suo aspetto antropomorfo, spinge alla proiezione emotiva e al coinvolgimento. Del resto anche nel rapporto amoroso tra umani la proiezione svolge un ruolo fondamentale: non ci s’innamora di una persona, ma dell’immagine che si ha (che si costruisce) di quella persona.
Comunque sia, se dovesse instaurarsi un rapporto amoroso bilaterale, ne deriverebbe per l’umano un’assunzione di responsabilità nei confronti dell’essere amato, anche se è una macchina. Come afferma Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo Principe, non c’è amore senza assunzione di responsabilità. Allora, come si esprimerebbe questa responsabilità nei confronti del robot amoroso? E che forme potrebbe rivestire l’amore per un robot, al di là del semplice rifiuto di considerarlo “solo” una macchina? Forse possiamo trarre qualche indicazione dal caso, meno perturbante e più realistico, dell’affetto-amore per gli animali domestici (si pensi anche a certe forme di feticismo).

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