01 – Introduzione: forme della comunicazione
Tutti gli esseri viventi che stabiliscono relazioni con altri esseri della stessa specie o di specie diverse usano una qualche forma di comunicazione. Le forme della comunicazione adottate dagli uomini sono più sofisticate rispetto a quelle di altre specie, ma anche moltissimi animali comunicano fra di loro. Ormai è accertato che i delfini e altre specie evolute hanno sviluppato un loro linguaggio, ma sono forme di comunicazione anche le danze delle api, che così informano le altre operaie sulla presenza e la collocazione del polline. Molti pesci “comunicano” con i loro colori il possesso di un territorio, molte specie di uccelli cambiano piumaggio nel tempo dell’accoppiamento. La natura ci mostra un incredibile e affascinante repertorio di messaggi fra gli esseri viventi.
Le relazioni fra gli uomini sono caratterizzate dalla presenza della comunicazione verbale, cioè basata sulla parola. Si parla per raccontare fatti, per esprimere idee o emozioni, per istruire. Per moltissimi anni, prima della nascita della scrittura, la tradizione orale ha consentito la trasmissione delle conoscenze da una generazione all’altra.

Esistono però molte forme di comunicazione non verbale, spesso ingiustamente trascurate. Ne fanno parte la gestualità, gli atteggiamenti, le espressioni del viso, il tono della voce, il modo di vestire e molti altri ancora. La comunicazione non verbale è in talune situazioni anche più efficace di quella verbale, riuscendo a toccare l’interlocutore sul piano emotivo e trasmettendo informazioni sul carattere, la cultura e il modo di sentire dell’emittente. Inoltre, la comunicazione non verbale è spesso di tipo involontario. Secondo lo studioso Erving Goffman, la comunicazione non verbale ha i caratteri della continuità e dell’involontarietà.
Un tipo particolare di comunicazione non verbale è la comunicazione visiva: arti grafiche, fotografia, design, moda, mimo, danza. In questo campo è fondamentale la scelta del linguaggio adatto per suscitare emozioni in chi guarda.
Nell’epoca dei media di massa, il concetto di comunicazione visiva include forme “sincretiche” (televisione, cinema, teatro), dove intervengono più sensi contemporaneamente.
Sommario
02 – I fattori della comunicazione (Roman Jakobson)
Secondo il linguista Roman Jakobson, la comunicazione consiste nell’interazione di emittente, destinatario, messaggio, codice, contatto, contesto.
L’emittente è la persona o l’oggetto che invia il messaggio. L’insegnante che spiega un argomento o la campanella che segnala la fine della lezione inviano entrambi dei messaggi agli studenti (i destinatari).
I codici rappresentano la forma sotto la quale sono rappresentati i messaggi. Possono essere codici molto complessi, come la lingua parlata e scritta, relativamente semplici come il codice a colori delle segnalazioni navali o i segnali di fumo, oppure rudimentali come quello del semaforo.
La comunicazione fa riferimento a qualcosa, reale o astratto, e avviene solo se esiste un contatto (da vicino o a distanza) fra emittente e destinatario.
Jakobson parla a ragion veduta di “persona o oggetto” quando definisce remittente della comunicazione o il suo destinatario. Nel mondo d’oggi, infatti, non sono solo gli esseri viventi a comunicare fra di loro, ma anche le macchine. In questo senso la comunicazione ha un significato ancora più ampio, in quanto contiene anche i procedimenti che permettono ad un dispositivo di entrare in rapporto con un altro dispositivo.
Un computer può comunicare con un altro tramite la linea telefonica, può pilotare una macchina utensile in modo automatico (cioè senza l’intervento dell’uomo), stabilendo con il dispositivo destinatario una relazione che consiste nel trasferimento di una informazione.
03 – Comunicazione a distanza (brevi cenni storici)
Si tratta di una esigenza avvertita con la nascita delle prime civiltà organizzate su base territoriale. La trasmissione dei messaggi avveniva con segnalazioni acustiche (tam tam, corni, tamburi) o visive (fuochi, segnali di fumo). I romani e i persiani possedevano un eccellente servizio postale garantito da corrieri a cavallo, copiato poi dall’impero carolingio. Per tutto il medio evo e il rinascimento si fece ampio uso dei piccioni viaggiatori.
Il “balzo in avanti” nei metodi di comunicazione a distanza avviene con l’approfondimento della comprensione del fenomeno dell’elettricità, dovuto in gran parte agli studi di Alessandro Volta.
Nel 1937 Samuel Morse negli Stati Uniti, Charles Wheatstone e William Cooke in Gran Bretagna, misero a punto contemporaneamente un primo rudimentale sistema per la trasmissione di messaggi sotto forma di segnali elettrici. Nel 1874, grazie a Thomas Edison nasceva il primo vero telegrafo, capace di trasmettere contemporaneamente messaggi nei due sensi (oggi si chiamerebbe sistema full duplex!).
L’idea della trasmissione vocale a distanza continuava ad affascinare la comunità scientifica del tempo e dopo pochi anni Antonio Meucci mise a punto il primo telefono elettrico di tipo moderno, brevettato però dallo statunitense Graham Bell nel 1876. Nello stesso anno il solito Edison mise a punto un sistema per la registrazione delle onde sonore, l’antenato dei giradischi moderni.
La seconda metà dell’800 è davvero esaltante per la ricchezza di innovazioni nel campo della scienza e della tecnica. Negli anni fra il 1873 e il 1887 James Maxwell elabora la teoria elettromagnetica della luce e Rudolph Hertz scopre le onde elettromagnetiche, ponendo le basi della trasmissione di messaggi senza fili.
Fino a questo punto, infatti, le comunicazioni a distanza dipendevano dalla presenza di un supporto fisico, fili appunto, per poter avvenire. Adesso diventava possibile sfruttare la propagazione dei campi elettromagnetici nello spazio. I tempi erano maturi e nel 1896 Guglielmo Marconi riuscì a trasmettere un segnale radio fra due località dell’Inghilterra e, nel 1901 dalla Cornovaglia fin negli Stati Uniti, superando l’Atlantico. Per usare le sue parole, “era nata in quel momento la radiotelegrafia a grande distanza”.
Oggi, nell’era della telematica e dei satelliti, sembra del tutto ovvio prendere in mano un cellulare e chiamare un amico o un parente all’altro capo del mondo, oppure ricevere una e–mail con testi e fotografie. Dobbiamo però ricordare con gratitudine il lavoro di questi pionieri che, spesso con sacrifici e a volte senza riconoscimenti, hanno posto le fondamenta delle nostre moderne comodità tecnologiche.
Segnalazioni acustiche/visive (tam tam, corni, fuochi, fumo), corrieri a cavallo e piccioni viaggiatori sono all’origine della comunicazione a distanza nelle prime civiltà. Il “salto” avviene con lo studio dell’elettricità (Alessandro Volta).
1837: Samuel Morse (USA), Charles Wheatstone e William Cooke (GB) realizzano sistemi telegrafici; più tardi Edison perfeziona il telegrafo quadruplex (1874). 1876: Antonio Meucci concepisce il telefono moderno, brevettato da Alexander Graham Bell.


1873: James Clerk Maxwell elabora la teoria elettromagnetica della luce. 1886–1889: Heinrich Rudolf Hertz dimostra sperimentalmente le onde elettromagnetiche. 1896: Guglielmo Marconi effettua i primi collegamenti radio in Inghilterra; 1901 il segnale attraversa l’Atlantico. Nasce la radiotelegrafia a grande distanza.
04 – Scopo della comunicazione e regole di efficacia
Scopo della comunicazione è la trasmissione di informazioni. Questa definizione è apparentemente fredda e impersonale, ma tutto dipende dal significato che vogliamo dare alla parola informazione. Il gesto di una mamma che accarezza il suo bambino o uno sguardo fra due innamorati trasmettono dolcissime “informazioni” sui sentimenti provati da ciascuna di queste persone!
Usiamo quindi la parola informazione nel senso più ampio del termine, cioè di un messaggio o di un insieme di messaggi trasmesso da una sorgente ad un destinatario.
In sostanza, non poniamo limitazioni sul contenuto dell’informazione (del messaggio), che può essere di qualsiasi tipo.
Se la comunicazione serve a trasmettere informazioni, deve rispettare alcune semplici regole:
- deve giungere al destinatario (ovviamente!).
- deve essere intelligibile (cioè comprensibile).
- non deve essere ambigua, cioè non deve prestarsi ad equivoci o errate interpretazioni.
In sostanza, l’informazione è efficace quando il destinatario riceve un messaggio chiaro, comprensibile e non diverso da quello inviato dall’emittente.
Non sempre è facile come dirlo. Il formalismo matematico è certamente la forma di comunicazione più precisa fra quelle elaborate dall’uomo. La lingua presenta invece maggiori margini di errore, specialmente quando si devono esprimere concetti astratti o sentimenti. Una espressione artistica può essere facilmente interpretata in modo diverso da ciascun osservatore, comunicando quindi un messaggio diverso da persona a persona.
I messaggi pubblicitari hanno nell’efficacia un notevole punto critico: se la forma del messaggio non è idonea allo scopo, la campagna promozionale diventa un fallimento, anche con gravi conseguenze economiche per l’azienda.
Nel campo della moderna telematica, il problema della comunicazione all’interno delle reti di computer è risolto mediante i protocolli di comunicazione, in pratica un insieme di regole per cui due o più computer “concordano” un comune formato per i dati e comuni modalità di trasmissione (per esempio, la velocità).
05 – Rappresentazioni della comunicazione
L’efficacia di una comunicazione dipende molto spesso dal modo in cui questa viene rappresentata, cioè dal formato che viene utilizzato per trasmettere le informazioni desiderate. Facciamo alcuni esempi.
- Parole e simboli matematici
La matematica ha una grande efficacia espressiva, dovuta in gran parte alla sua notevole sinteticità. Una cosa è dire: “In un triangolo rettangolo la radice quadrata della somma delle misure dei cateti, ciascuna elevata al quadrato, è pari alla lunghezza dell’ipotenusa”, un’altra è scrivere:
latex] a^2 + b^2 = c^2 [/latex]
dove a e b sono le lunghezze dei cateti e c quella dell’ipotenusa.
- Parole, grafici e tabelle
Provate a “raccontare” a parole il contenuto del grafico.

A volte un’immagine racconta più di cento parole. Questo grafico contiene un notevole numero di informazioni (valore del fatturato per mese e area geografica, tendenza delle vendite nel tempo) che vengono comunicate in modo immediato a chi osserva. In questo caso una descrizione a parole sarebbe certamente meno efficace.
- Diagrammi di flusso
Si tratta di una forma di comunicazione visiva molto efficace quando si deve rappresentare una successione di avvenimenti o una procedura da seguire. Prendiamo per esempio la procedura indicata nelle cabine telefoniche:
- Sollevare il ricevitore
- Inserire la scheda
- Se la linea è libera, comporre il numero
- Attendere la risposta
- Se occupato, riprovare

In molti altri casi, invece, l’uso del linguaggio discorsivo è insostituibile. Nel racconto, nella conversazione fra persone, nella descrizione di fatti della vita, come si può sostituire la lingua parlata e scritta? Si può immaginare una fiaba di Andersen sotto forma di diagramma di flusso?
06 – Informazione analogica e digitale
Una grandezza di qualsiasi tipo si dice analogica quando varia con continuità, assumendo tutti i valori possibili fra un minimo ed un massimo.
Il suono, per esempio, è una grandezza analogica, perché il volume può cambiare progressivamente da alto a basso e viceversa. Lo stesso succede con la luce, il colore, la temperatura, la velocità, e molte altre ancora. Il mondo che ci circonda è quasi del tutto un mondo analogico. Anche il nostro modo di percepire è di tipo analogico. I nostri sensi sono in grado di distinguere sfumature di colore, variazioni di intensità luminosa, gradazioni di suono, di gusto e di odore in maniera continua, all’interno di una gamma di valori.
Una grandezza si dice digitale quando può assumere solo due valori. Un interruttore è un dispositivo digitale, perché può essere solo aperto o chiuso. Nel mondo dell’informatica le informazioni (suoni, immagini, dati eccetera) sono tutte espresse sotto forma digitale.
Le informazioni digitali sono profondamente diverse, anche se i nostri sensi non le percepiscono in modo diverso da quelle analogiche. Per esempio, è difficile distinguere fra una fotografia scattata con una macchina fotografica analogica ed una ottenuta invece mediante una fotocamera digitale. A volte, addirittura, la qualità della rappresentazione digitale è superiore. Basti pensare alla purezza del suono ottenibile da un compact disk (suono digitale) rispetto ad un nastro o a un disco di vinile (suono analogico).
La rappresentazione digitale delle informazioni avviene mediante cifre binarie, chiamate bit. La parola bit viene dall’abbreviazione dell’espressione inglese binary digit, cifra binaria. Le cifre binarie sono solo due, 0 e 1. Riprenderemo più avanti le caratteristiche di questo particolare sistema di numerazione adoperato in campo informatico. Per il momento, diciamo che qualsiasi informazione può essere rappresentata mediante insiemi di cifre binarie organizzate in un codice. La qualità della rappresentazione digitale dipende dal numero di cifre binarie usate nel codice.
Supponiamo di voler rappresentare in modo digitale una informazione sonora (un brano musicale). Se usiamo un codice ad una cifra, possiamo rappresentare solo due stati, 0 oppure 1. Con un codice di tale genere possiamo al massimo rappresentare presenza o assenza di suono, senza nessun’altra caratteristica. Con due bit, abbiamo quattro combinazioni: 00, 01, 10, 11 e quindi possiamo rappresentare quattro suoni diversi. Chiaramente è ancora poco.
Usando un codice a tre bit, abbiamo otto combinazioni diverse, con quattro bit sedici.
La regola generale è la seguente:
Il numero di combinazioni ottenibili con un codice binario composto da n cifre è 2n.
Con otto bit abbiamo 28 = 256 valori diversi, con sedici otteniamo 216 = 65.536 valori, che sono cifre rispettabili. Un brano musicale può ben essere riprodotto da un simile codice, in quanto permette di rappresentare un gran numero di sfumature di volume e di tono. In effetti le attuali schede audio “lavorano” almeno a 16 bit.
Grazie ai moderni sistemi informatici, praticamente tutte le informazioni possono essere trasformate in forma digitale in modo semplice ed efficace.

Il personal computer è lo strumento principale per l’utilizzo, lo scambio e la produzione di informazioni di tipo digitale.
Scheda audio
Possiamo immaginare una scheda audio come una strada a doppio senso di circolazione. Se la percorriamo in un verso (dall’esterno verso il cuore del computer, il processore) vediamo che il suono (analogico) viene trasformato sotto forma digitale per essere “compreso” dal computer stesso. Per esempio, è quello che succede se colleghiamo alla scheda audio un microfono: la nostra voce (o qualunque altro suono) viene trasformato in sequenze di bit e quindi può essere memorizzato, elaborato e modificato, oppure può essere inserito in un testo. In sostanza, possiamo produrre una lettera o una cartolina parlante. Possiamo inviare suoni in modi diversi, collegando alla scheda audio un mangianastri, un lettore CD o una radio.
La scheda funziona anche in senso inverso, perché ci permette di ascoltare musica, suoni, effetti di ogni genere (come quelli di alcuni giochi). Quindi la scheda audio, quando riceve informazioni dal computer per inviarle all’esterno tramite le casse acustiche o le cuffie, trasforma queste informazioni (digitali) in suono (grandezza analogica).
Inoltre la maggior parte delle schede audio in commercio permettono di collegare al PC strumenti musicali tramite la porta MIDI standard. Il MIDI (Musical Instrument Digital Interface) è il sistema standard di comunicazione fra PC e strumenti musicali elettronici. Tramite il MIDI un musicista può provare un brano sullo strumento, farlo registrare dal computer e quindi riascoltarlo, modificarlo, unirlo ad altri brani.
Queste caratteristiche sono oggi talmente sviluppate ed economiche da consentire a chiunque di fare musica col PC, di “ripulire” dai fruscii i vecchi dischi di vinile e trasferirne il contenuto su compact disk, e tante altre cose ancora.
Scheda video
Quello che la scheda audio fa con i suoni, la scheda video lo fa con le immagini, fisse o in movimento (filmati). Possiamo fotografare i nostri amici durante una gita e rivederci la foto sul monitor del PC, ma possiamo anche ritoccarla, creare effetti divertenti e usarla per comporre cartoline o biglietti di auguri. Possiamo filmare la squadra del cuore o il compleanno del fratellino e poi collegare la cinepresa alla scheda video del PC per rivedere il film. A differenza di un videoregistratore, però, possiamo ritoccare il filmato, estrarre immagini per poi stamparle, fare dei veri e propri montaggi cinematografici in modo semplice e immediato. Alcune schede video molto evolute (dette schede TV) consentono di collegare l’antenna televisiva e vedere i programmi preferiti sul nostro monitor, magari in un angolino dello schermo mentre continuiamo a scrivere la nostra lettera. Naturalmente possiamo collegare a questa scheda anche un videoregistratore, fermare un’immagine che ci piace e farci un poster.
Fotocamera digitale
Si tratta di una macchina fotografica che non imprime le immagini su una pellicola, ma le salva (in formato digitale) in una apposita memoria. Da qui, collegando l’apparecchio al computer tramite una porta seriale o USB, possiamo riversare nella memoria dal PC le nostre fotografie. Alcuni modelli permettono di salvare le foto direttamente su floppy disk. Questo aumenta considerevolmente la quantità delle foto che possiamo fare. Quando il floppy è pieno, basta sostituirlo con uno vuoto e si può ricominciare a scattare. I floppy saranno poi letti dal PC. Esistono naturalmente anche le telecamere digitali. Per adesso sono soprattutto usate per la realizzazione di video conferenze e lezioni a distanza.
Scanner
Uno scanner è in sostanza una macchina fotografica da tavolo. Esistono scanner piani e scanner a scorrimento. I primi somigliano a piccole fotocopiatrici: si appoggia sul piano di vetro l’immagine da digitalizzare e un carrello di lettura si muove per effettuare la scansione dell’immagine. Nei secondi il dispositivo di lettura è fermo ed è il foglio a muoversi su di esso grazie a dei rulli. In questo caso, però, non potremo acquisire un’immagine da un libro, a meno di tagliare la pagina (orribile!).
Esistono poi scanner manuali, simili ad un grosso mouse. L’immagine si acquisisce trascinandoli a mano sulla pagina. Sono dispositivi economici ma poco affidabili. D’altra parte, va detto che ormai uno scanner piano per uso non strettamente professionale costa davvero poco e quindi gli scanner manuali sono in via di estinzione.
Digitalizzazione delle immagini
Prendiamo in esame una immagine digitalizzata, per esempio una foto ottenuta con una macchina fotografica digitale. Se la guardiamo a grandezza naturale, non noteremo in pratica nessuna differenza rispetto ad una foto scattata con una qualsiasi altra macchina fotografica. Se però cominciamo ad ingrandirla, potremo osservare che la struttura dell’immagine consiste in un gran numero di puntini di forma quadrata, bianchi o neri o con una tonalità di grigio.
Nel linguaggio dell’informatica, questi puntini prendono il nome di pixel. Ciascun pixel viene memorizzato tramite un codice binario, composto da sequenze di 0 e di 1. Ciascuna di queste cifre, lo ricordiamo, è un bit. Per esempio, se usiamo un codice a 8 bit, potremo associare il valore 00000000 al nero, 11111111 al bianco e tutti i valori intermedi ai vari toni di grigio. Questo, in effetti, è il modo in cui viene trattata un’immagine da un computer e dai suoi accessori per il trattamento dell’immagine (scheda video, scanner, foto camera digitale).
Digitalizzazione dei suoni
Anche il suono viene digitalizzato in modo simile. La voce umana o il suono di uno strumento hanno un andamento analogico, che può essere rappresentato in un tracciato mediante appositi strumenti. In questo caso, la digitalizzazione consiste nel “leggere” il suono a intervalli regolari (campionamento), associando alle caratteristiche di ciascun campione sonoro (volume, tono) un codice binario che lo rappresenta.
Il campionamento del suono e l’associazione di un numero binario ad ogni campione prelevato sono effettuati dalla scheda audio presente nel computer. Naturalmente la scheda compie anche il lavoro inverso, trasformando i codici binari in suono quando vogliamo ascoltare un brano musicale.

Nella conversione da analogico a digitale si ha una perdita di informazioni, dato che non tutto il segnale analogico viene convertito in digitale, ma solo un numero finito di campioni. Questa perdita è tanto meno evidente quanto maggiore è il numero di campionamenti al secondo, ma comunque non scende mai a zero.
Qual è, allora, il vantaggio della digitalizzazione?
Prima di tutto va ricordato che il computer è progettato per lavorare in digitale e quindi tutti i dati che esso legge e scrive devono essere convertiti in questa forma. Naturalmente non tutto passa per un computer. Per ascoltare musica, per esempio, utilizziamo un impianto stereo e dei dischi.
In teoria, si dovrebbe avere una qualità migliore sui vecchi dischi in vinile, che sono stampati in formato analogico e, in effetti, teoricamente, dal punto di vista della qualità, ciò è vero. Esiste però il problema dei rumori, dei segnali non desiderati (come il fruscio di fondo, tipico di nastri e LP). Gestire un segnale in analogico richiede una precisione estrema, sia per il sistema di registrazione, sia per quello di riproduzione; ciò comporta costi e complessità molto più elevati per i circuiti elettronici (è questa la principale differenza tra registratori amatoriali e professionali). Memorizzare invece un segnale digitale equivale in sostanza a scrivere una lunga serie di 0 e 1, molto più facilmente distinguibili: qualora dovessero comparire segnali di disturbo, essi verrebbero tranquillamente ignorati dal sistema, poiché difficilmente sarebbero nello stesso formato del dato scritto; ad esempio, se registriamo in formato digitale su un nastro magnetico, la successiva lettura potrà produrre dei rumori (dovuti magari anche allo sfregamento del nastro stesso contro la testina del riproduttore), che però saranno ignorati, non essendo in formato digitale.